Memorie di un Padre confuso.
Un altro scritto riesumato del 2014, più personale (non so a chi fosse rivolto, forse a me stesso), mi ha colpito molto rileggerlo e credo possa essere d’aiuto condividerlo con chi in questo momento sta attraversando queste sensazioni:
Mi trovo spesso a riflettere sulla condizione di disagio di Mio figlio Giorgio nellāambiente scolastico. Ricordo il suo entusiasmo allāingresso della prima elementare, la sua curiositĆ , la felicitĆ di vivere quellāavventura con altri bambini della sua etĆ . Ha iniziato cercando di dare il meglio di sĆ©, impegnandosi con piacere nellāavventura fantastica della crescita e della conoscenza delle cose della vita.
Io e sua madre ci eravamo separati da pochi mesi e la nostra diversitĆ di pensiero si manifestò subito in modo importante. Entrambi mossi dallāamore per Giorgio a dalla convinzione che le nostre idee fossero quelle giuste per lui, presi dai nostri bisogni, ci ritrovammo a tirarlo per le braccia in direzioni diverse.
Ancora non capivo. Delegai la mia fiducia in bianco ad unāistituzione scolastica che non conoscevo, pensandola giusta. Mi concentrai solo sulle diversitĆ con la mia ex moglie, ritenendola la causa di quello che io non ritenevo giusto.
Giorgio inizialmente rimase a vivere con la mamma, le sue giornate erano ordinate e precise, Dopo mezza giornata in unāaula, A casa faceva i suoi compiti e poi subito in palestra, chiuso dentro un altro cubo di cemento, trasportato in una scatola di ferro su quattro ruote, cosƬ passò il primo anno di elementari. Era Un bambino modello, amato dalla mamma, dal papĆ , dai nonni e dalla sua maestra che si impegnava a formare una nuova generazione di studenti seguendo con rigore le linee dei programmi scolastici e le regole imposte dalla scuola. Giorgio cresceva, prendeva il massimo dei voti, con il compiacimento dei famigliari e i complimenti della sua maestra. Come premio arrivavano videogames e cellulari. Scatolini di plastica e circuiti da tenere sempre in tasca. Pronti a rubargli ogni attimo delle briciole di tempo che ancora gli restavano per sĆ© stesso. Io provavo disagio. Difficile spiegarlo in un mondo dove tutti fanno cosƬ, anche gli altri giocano sempre ai videogames, hanno il telefonino, le felpe con le scritte da minimo 50 euro e sono sempre sorridenti. Fuori sorridono ma dentro non lo so, non lo posso vedere, non lo posso sentire. Non lo posso capire. Gli occhi guardano un monitor.
Ricordo un tema di Giorgio che mi colpƬ molto, credo in terza elementare (lo conservo ancora) il titolo era āChe cosāĆØ per te la felicitĆ ā. Iniziava cosƬ: Per me la felicitĆ ĆØ sguazzare nelle pozzanghere, correre nei prati e arrampicarmi sugli alberi, [ā¦] giocare con gli amici e trasferirmi.
Finiva così, con la parola trasferirmi. Mi spiegò che si riferiva alle gite in camper. Fu per me dolore e illuminazione, mi chiesi se stavo dando a Giorgio quello di cui aveva bisogno, quello di cui ha bisogno un bambino, se glielo stesse dando la scuola e la società in cui viveva. In quel momento mi accorsi che non stavo dando a mio figlio la felicità . La felicità non è cosa da poco.
Forse oggi i suoi parametri sono cambiati. Forse pensa di poter essere felice possedendo uno scooter o giocando a call of duty per un giorno, o forse no. Dovrei chiederglielo… Ma allora parlava la limpida purezza di un bambino che con naturale semplicitĆ chiede libertĆ , natura e amicizia.
Iniziai a guardare con occhio diverso il luogo in cui passava ogni giorno metĆ della sua esistenza. Fermo. Seduto ad ascoltare. Chiuso dentro una stanza. Provai un senso di rabbia e impotenza. Capii documentandomi che tutto questo era sbagliato, andava contro lāantropologia umana, contro i meccanismi della crescita. Un bambino di nove anni (purtroppo avviene anche oggi che ne ha quasi 14) doveva chiedere il permesso per fare la pipƬ. Per alzarsi, per muoversi, per parlare, per qualsiasi cosa che non fosse stare in silenzio ad ascoltare. Zitto. Un piccolo essere umano totalmente subordinato ad un altro essere umano. In psicologia potrebbe essere definita una condizione di totale sottomissione fisica e psicologica. La stessa condizione applicata in una dinamica adulto-adulto, contro la volontĆ di una delle parti ĆØ considerata un crimine. Eppure su di un bambino e concesso, su un essere ancora inerme e indifeso viene percepito come “educativo” mentre nei confronti di un adulto diventa abuso. Perfino uno schiaffo in certi casi arriva ad essere considerato educativo, su di un adulto invece si chiamano percosse e hanno implicazioni penali. Non dovrebbe essere il contrario?
Guardando con più attenzione i testi scolastici mi accorsi delle graduali e sottili piccole alterazioni del senso delle cose, dove, LāAzienda Agricola diventava āun luogo dove i turisti vanno a mangiareā (mi colpƬ particolarmente questa definizione di azienda agricola nel libro di tecnologia) Ne parlai con lāinsegnate che mi rispose con ironia e superficialitĆ , considerandola corretta, āIl solito genitore invadente e alternativoā avrĆ pensato.
Giorgio continuava a fare compiti e prendere bei voti, aveva capito come comportarsi, cosa volevano gli insegnanti e i suoi familiari, ma vedevo che compilava meccanicamente delle caselle. Spesso limitava la sua capacitĆ espressiva per non andare fuori tema, utilizzava parole ed espressioni più consone alla volontĆ della maestra. Cambiava la sua forma di pensiero per adeguarsi alle richieste. Autolimitava il suo range di possibilitĆ . Il processo di chiusura era iniziato. Ma intanto la rabbia covava. La maestra iniziò ad abbassare i voti. Non era più il pupillo: āĆØ bravo ma ĆØ un chiacchieroneā¦ā Era ormai il mantra dei colloqui, āchiacchera troppo.ā E i numerini scritti nelle caselle della pagella si abbassavano, costringendo la mamma a sgridarlo, a minacciarlo di eventuali punizioni, arrabbiata e delusa, in quel momento non era in grado di relativizzare lāimportanza di quel numero, per lei era la cosa giusta da fare, lo faceva per il suo bene, come tutti i genitori. Punito per un numero troppo basso. Giudizio e persecuzione. Stavano male entrambi per un numero assegnato dallāalto, scritto su di un foglio pieno di certezze che metteva nero su bianco il valore di un bambino. ātra qualche anno questi numeri saranno solo uno sbiadito ricordo del passato, non hanno nulla a che vedere con quello che sarĆ la tua vita Giorgio, non ti preoccupare⦠è solo un foglio di cartaā gli dissi per sollevarlo da quel peso.
Li guardavo uscire da scuola tutti quei bambini. Da fuori sentivo la campana suonare e associavo a quel suono, come ricordo della mia infanzia urla di gioia e bambini che corrono. Ma non era mai cosƬ. La campana suonava seguita dal silenzio. Dopo pochi minuti si affacciavano sulla porta, ordinatamente in fila, la maestra davanti ricercava con lo sguardo un genitore con la mano alzata prima di lasciare il primo bambino, libero di correre per pochi metri prima di essere ripreso e trasportato a casa, in palestra, al baby park o alla festa di compleanno con più genitori che bambini. Poi il secondo. Stesso schema. Uno alla volta. Separati. I genitori si guardano, si salutano cortesemente vista la circostanza. Qualche bambino entusiasta chiede di andare da un compagno, hanno pianificato un pomeriggio insieme, si sono fatti il loro programma, non stanno più nella pelle e ora chiedono il conto allāoste. Ma i conti non tornano (quasi) mai. Si sentono rispondere Ā«oggi noĀ» Ā«unāaltra voltaĀ» Ā«dobbiamo organizzarci primaĀ» Ā«dobbiamo andare in palestraĀ» Ā«devi fare i compitiĀ» Ā«ma li facciamo insieme!Ā» Ā«mmm li fate insieme dici? Mi dispiace proprio tesoro ma oggi non riusciamo, magari un altro giorno… Mi metto d’accordo con sua mammaĀ». I compiti. I compiti funzionano (quasi) sempre, sembra che per molti genitori siano la cosa più importante nella vita di un bambino, vengono prima di qualsiasi forma di piacere, divertimento, espressione. Sono più importanti della felicitĆ . Ć questo che devo insegnare a mio figlio? Devo controllare se ha fatto i compiti. Devo essere io il guardiano della sua diligenza? Mi chiedo se la diligenza abbia bisogno di guardiani. Questo mi ripetevano gli insegnanti, come medicina per ogni disagio o “inefficienza” di Giorgio. “Deve controllare se ha fatto i compitiā ābisogna insegnargli un metodoā ādeve rispettare le consegne”.
Un bambino di sette anni deve rispettare le consegne. Ancora non capivo ma rifiutavo quelle parole, il mio cuore non le accettava, pensavo di essere sbagliato, di essere un genitore irresponsabile, avrei voluto sentirne altre, ma nessuno le pronunciò.
“Giorgio sta scoprendo le sue passioniā āha bisogno di sbagliareā āha bisogno di provare, di giocare, di sperimentareā āha bisogno di sentirsi libero di essere, di fare per credere in sĆ© stessoā āgli serve il tempo per approfondire i suoi interessi”, ma da lƬ non arrivarono queste parole, e allora cercammo un’altra strada…
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