Convegno “Terra Casa Nostra” – Borgo Vivo il 20 gennaio 2024 in occasione della giornata del GSA
Intervento di Vincenzo, agronomo
La sovranità alimentare è un concetto di politica economica che descrive il diritto dei popoli a decidere autonomamente le modalità di produzione, la distribuzione e il consumo di cibo più vicini alla tradizione del territorio e della comunità in cui vivono. Si tratta di un concetto che assume un valore politico diverso a seconda della località del mondo in cui viene calato, ma è valido per ogni popolo indipendentemente dal suo sviluppo economico.
Mi sono allora detto: per diventare sovrano della mia alimentazione, cosa mi serve?
Intanto una terra da coltivare, che sia abbastanza vasta da permettermi un regime alimentare equilibrato tra frutta, verdura e possibilmente qualche derivato animale.
Un ha (ettaro) sono 10 mila mq. La densità ottimale di grano tenero è di circa 350 piante per mq, che si ottengono seminando in media 180 kg ad ha. La resa del grano tenero è poi di circa 5,5 tonnellate ad ha. Ma se si considera una perdita di resa dovuta a clima e patologie varie, si può dire che il 75% del grano arriva a maturazione. Poi bisogna considerare le perdite dovute a trasporto, lavorazione e selezione (perché per fare la farina si devono selezionare solo chicchi integri per non rischiare attacchi fungini) quindi un altro 2%. Si ottengono circa 4 tonnellate di grano maturo utilizzabile, dal quale va tolto il grano da seminare per l’anno prossimo, quindi 3,8 tonnellate di grano. Immaginando di voler trasformare tutto il grano maturo in farina bisogna considerare che solo l’85% diventa farina integrale, l’80% se si sceglie di produrre farina bianca. Alla fine si ottengono circa 3-3,2 tonnellate di farina in media a ettaro. Che sono circa 60 chili di farina a settimana. Chiaramente non serve tutta questa farina, con mezzo ettaro sono 1,6 tonnellate di farina, 30 chili a settimana. Per avere 3 chili di farina a settimana, con la quale campa tranquillamente una famiglia di 5 persone, sono necessari 500 mq di terra coltivata a grano. In base ad alcune esperienze empiriche si può stimare che la terra necessaria per l’autosufficienza di una persona che applica il solo lavoro manuale è di circa 1000 mq, un settimo della superficie di un campo da calcio. Esistono tanti tipi di agricoltura e in generale la parte complicata riguarda sempre il frutteto che richiede investimenti elevati e molto tempo per arrivare a produzione. In ogni caso, provvedere alla propria autosufficienza significa fare l’agricoltore di lavoro, tra l’altro molto duramente e tutti i santi giorni, e richiede una conoscenza piuttosto approfondita di come funziona un ciclo colturale, una consociazione, le principali operazioni agronomiche, conoscenza che arriva in parte con lo studio ma soprattutto con l’esperienza in campo. Gli scarti di un orto di 1000 mq possono nutrire 6-7 galline a pieno regime, che equivalgono a una media di 12 uova a settimana. Per animali come bovini, suini e ovicaprini le cose cambiano radicalmente, non solo nella gestione agronomica ma anche nell’approccio alla vita. Poi c’è una differenza sostanziale in base al tipo di terra che si ha a disposizione, perché non tutte le coltivazioni sono possibili (o per lo meno ottimali) in ogni terreno.

Al crescere dell’estensione di terra cresce anche la necessità di forza lavoro, oltre i 2000 mq è quasi impossibile coltivare a mano una quantità e qualità di colture tale da garantire l’autosufficienza. Pertanto nasce la necessità di macchine agricole, che richiedono energia e denaro. Le economie di scala, cioè i vantaggi dati dall’accrescimento in scala della produzione, decrescono vertiginosamente oltre i 2000 mq. Ma per fortuna non siamo soli. La famiglia è storicamente la principale fonte di forza lavoro in un’azienda agricola e, laddove non si ha convenienza a produrre da sé, ecco che lo sguardo si espande alla comunità circostante.
Quindi mi sono chiesto: se un giorno dovessi sfamare la mia famiglia?
Qual è effettivamente il limite di estensione terriera che posso
coltivare a mano da solo?
Da qui la necessità di costruire una rete di luoghi e di persone, di mutuo aiuto e di relazione sincera.
La necessità di rivivere la famosa “creanza”, cioè quel manuale non scritto di buone norme conviviali, in base al quale se qualcuno è in difficoltà gli altri lo aiutano. Questo tipo di comunità diffusa (cioè non riunita in un unico luogo) crea un microsistema economico, vicino all’economia del dono.
In chiave attuale, una rete del genere permette anche la circolazione di moneta, lo scambio di prestazioni lavorative che esulano dalla sola produzione agricola, ma sfociano nel settore dei servizi.
Per citare Bauman, gli esseri umani al giorno d’oggi abitano il mondo come se fosse un grande campo caravan, ciascuno è rinchiuso nel suo caravan e occupa il campo per quanto ritiene necessario, tutto qua. La creanza non è di casa nel campo caravan.


Ora guardandomi intorno mi sono detto: come faccio a creare una comunità del genere?
A livello pratico, gli elementi necessari per il raggiungimento della sovranità alimentare di una comunità sono a mio avviso tre: l’ accesso alla terra, la disponibilità di moneta e la propensione al lavoro. La sfida riguarda dunque l’accesso alla terra e la sostenibilità della produzione agricola sia da un punto di vista economico che di forza lavoro. Viste le difficoltà del settore agricolo, è raro trovare agricoltori disposti ad amministrare la propria terra per il bene comune di una rete di persone, visto che la maggior parte degli agricoltori già fatica a sostenere la propria azienda nel mercato. Fare il contadino (al netto degli aiuti europei e statali) è un lavoro che non rende. Il settore primario è un settore che più di altri rende poveri. Ci sono innumerevoli esempi in letteratura che mostrano come progetti di comunità rurali quali gruppi d’acquisto solidale, comunità di supporto all’agricoltura, orti di comunità, mercati del contadino (ecc.) siano certamente più convenienti sia per gli agricoltori che per i consumatori, sia da un punto di vista economico che uno sociale. Economico perché gli agricoltori ricavano un valore aggiunto superiore dalla vendita diretta in questi progetti, mentre i consumatori spendono prezzi oramai simili a quelli della grande distribuzione in cambio di prodotti locali e di qualità molto elevata. Il beneficio sociale riguarda invece l’incontro dei produttori e dei consumatori in un unico luogo, la creazione di una relazione, di una nuova socialità, che permette una migliore contrattazione sui prezzi, ma anche la trasmissione del sapere, l’aiuto reciproco, certe forme di baratto e in certi casi il dono.
Dunque mi sono domandato, perché allora è così difficile creare comunità del genere?
Il motivo di ciò non sta affatto, almeno non solo, nella mancanza di accesso alla terra. Risiede nella difficoltà a instaurare e coltivare la relazione. A livello sottile, gli elementi basilari di una comunità diffusa hanno come comun denominatore il successo della relazione tra gli esseri umani. Una relazione produttiva dipende dalla fiducia tra le parti, dalla consapevolezza personale dei propri intenti ma anche dei propri limiti. La teoria di una relazione di successo è ben nota, eppure il conflitto interviene sempre, è un aspetto apparentemente inevitabile della relazione. La cosiddetta creanza è una sorta di metodologia non scritta per la relazione. Le società religiose sono per certi versi avvantaggiate nella gestione della relazione comunitaria dacché le religioni hanno, in modalità diverse, la tendenza a regolare la vita comunitaria del singolo. Tuttavia la presenza di un metodo prefissato, di un unico modo di intrattenere una relazione si scontra con la natura mutevole e imprevedibile dell’uomo e, per coloro che non sono disposti ad asservirsi ad una metodologia, ma cercano la libertà da qualsiasi principio di autorità, la relazione è uno spazio aperto senza regole, una terra senza strade. Se è presente questa consapevolezza, diventa chiaro che la presenza di un conflitto non deriva dal fallimento della metodologia, ma dalla natura stessa dell’ego di ognuno di noi.
Detto questo, appare chiara la necessità per chiunque appartenga o voglia dare origine ad una comunità diffusa, di imparare, da autodidatta, a coltivare non solo la terra delle piante, ma soprattutto la terra della relazione.
Pertanto la sfida della sovranità alimentare non è tanto, o soltanto, la mancanza di accesso alla terra, ma è nella radice stessa della società che abbiamo creato, disabituandoci alla relazione libera da competitività, libera dal profitto, una relazione non contrattuale, una cooperazione per il bene comune. Siamo analfabeti della relazione e del bene comune.
Mi sono chiesto: come è stato possibile arrivare ad una società il cui tessuto è ridotto in brandelli e nella quale la terra è considerata null’altro che un fattore della produzione? quando ci siamo allontanati tanto dalla natura da non considerarci parte di essa, ma proprietari?
L’avvento dell’agricoltura ha segnato un cambiamento fondamentale nella mente umana. Se l’uomo raccoglitore di bacche era integrato nella natura come parte di essa, l’uomo agricoltore perde qualcosa, perché ciò che egli coltiva è, per definizione, circoscritto da un recinto.
Questo ha dato agli uomini l’illusione di possederne il contenuto. Con la seconda rivoluzione industriale c’è poi stato un altro passaggio fondamentale verso la condizione attuale. Si tratta della separazione tra concetto di proprietà e quello di utilizzo della terra, sicché era nata la concezione dell’agricoltura come di un’attività economica slegata dal possesso della terra. Nell’Inghilterra dell’ottocento l’uomo non sentiva più alcun senso di appartenenza alla natura, questo passaggio fu fondamentale per asservire l’attività agricola alle neonate città industriali che avevano bisogno di continuo rifornimento di alimenti e materie prime; peraltro, furono lavoratori e sindacati a fare da baluardo di difesa del libero mercato, non appena apparve chiaro che esso permetteva l’abbassamento dei prezzi dei beni alimentari.
Ad oggi la povertà appartiene alle città tanto quanto alle campagne perché non esiste più in nessun senso una divisione tra le due. La vera sovranità alimentare non dipende pertanto dall’accesso alla proprietà privata della terra, ma dalla sua amministrazione come BENE COMUNE.
E perché questo passaggio avvenga è necessaria una rivoluzione del pensiero.
Ciò che è necessario quindi è una presa di coscienza che la terra non è mia o tua, così come l’aria non lo è. Questo non per l’eventuale bellezza filosofica del messaggio, ma per una reale necessità comune. La sovranità alimentare è possibile se c’è una comunità e se questa amministra la terra per il bene comune.
La sfida dunque è personale, perché si badi bene, la convinzione della proprietà privata su cose come la terra, il lavoro e la moneta, è radicata dentro fino al midollo ed è difficilissima da mettere in discussione.
La via da percorrere diventa allora ricostruire, ricreare una comunità intorno a una TERRA, che sia in grado di amministrarla nella consapevolezza di ciò che è, non una proprietà individuale, ma una priorità collettiva.
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