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La ciclicità della vita

1 Novembre 2024 | 0 Commenti
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di Fabio Fioravanti

«Per San Simone (28 ottobre) leva il bue dal timone, metti la stanga nel vangone»


«Per l’Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati»


Questi antichi proverbi contadini esprimono bene il senso ed il significato del periodo che va dalla fine di ottobre all’inizio di novembre, sottolineando la conclusione dei lavori agricoli dell’annata agraria, ma anche il nuovo e futuro ciclo che si rinnova con la semina del grano. È ora di chiudere un ciclo per aprirne uno nuovo: l’aratura dei campi deve essere terminata, vengono raccolti gli ultimi frutti, e bisogna aver seminato il grano per la successiva annata.


Nella tradizione celtico-pagana si celebrava il Capodanno (fine e nuovo inizio) proprio tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Si trattava della festa più importante poiché simboleggiava un momento di passaggio epocale: la natura deve morire per rigenerarsi. La vita è fatta di cicli, e questa ciclicità viene da sempre celebrata anche tramite queste ricorrenze delle quali ormai si è perso il valore, il senso ed il significato (anche profondo e spirituale).


La stessa celebrazione di San Martino (11 novembre) è direttamente collegata alla civiltà rurale e contadina, e probabilmente rappresenta una delle festività più connesse con le attività agricole ed i lavori nelle campagne. È una fase annuale che anticamente segnava il termine dei lavori nei campi. I contratti di lavoro, di affitto ed anche di mezzadria avevano inizio e fine proprio l’11 novembre poiché le attività agricole erano concluse senza però che fosse già arrivato il freddo invernale. Era in molti casi anche periodo di trasloco dovuto proprio alla cessazione del vecchio contratto a favore di un nuovo e futuro accordo lavorativo.
Ma questa fase annuale segna soprattutto una sorta di “capodanno biologico” poiché la natura ha portato a termine il proprio compito attraverso la formazione degli ultimi frutti come gesto conclusivo dei cicli biologici naturali. Si tratta della fine, ma anche del nuovo inizio, giacché il letargo invernale pone le basi per il successivo germinare e germogliare primaverile (per il risveglio primaverile). La formazione del seme (e del frutto) è l’atto conclusivo del processo vegetale, ma è anche il nuovo inizio e garanzia di nuova vita. Tutto ciò è scandito dal ritmo discendente del Sole che si avvia verso la “morte” invernale. La materia organica morente che si accumula nel suolo durante il periodo autunnale (costituita da foglie e tessuti vegetali in via di decomposizione) rappresenta anch’essa la base essenziale per la successiva ripresa vegetativa ed il risveglio primaverile. Questo processo costituisce il ciclico rinnovo della fertilità organica, soprattutto negli ecosistemi naturali, ma rappresenta soprattutto l’incontro simbolico tra passato e futuro; la fusione tra ciò che è stato e ciò che sarà. È il momento in cui un ciclo passa nell’altro unendosi. Il suolo accoglie e metabolizza la materia organica morente che diverrà poi risorsa nutritiva durante il risveglio primaverile della vegetazione. Anche Goethe cogliendo questi processi arriva ad affermare che all’interno della natura “la morte è uno stratagemma per ottenere molta vita”.


Il concetto stesso di “anno agrario” è connesso a inizio e fine di tutte le attività di un’azienda agricola; si tratta del periodo che intercorre tra l’11 novembre e il 10 novembre dell’anno successivo. Una fase di passaggio, transizione e cambiamento.
Samhain, celebrata fra il 31 ottobre e il 1° novembre, era a sua volta un’antica festa pagana che rappresentava il Capodanno celtico. Nella dimensione ciclica e circolare del tempo, rappresentata simbolicamente dall’Ouroboros (serpente che si morde la coda), vi è un punto d’incontro e coincidenza tra la fine e il nuovo inizio, tra morte e successiva rinascita.

Samhain è proprio l’espressione simbolica di convergenza e sincronismo tra vita e morte determinato da questa particolare fase annuale che rappresenta una sorta di cerniera dell’anno. Nell’Ouroboros abbiamo la testa e la coda che coincidono arrivando a toccarsi; si tratta del punto d’incontro fra opposti princìpi, dove il passato incontra il futuro attraverso l’unione e la fusione tra fine e nuovo inizio, tra morte e nuova vita (accostamento dei contrari) divenendo tutt’uno. È l’occasione dettata da leggi divine e di natura per rifondare il COSMO (l’Ordine) passando attraverso il Kàos, il cui significato etimologico è “mi apro, mi spalanco” ed anche “apertura, fenditura, aprirsi”, oppure “con-fusione di cose”. Trasformazione di una cosa nell’altra.


Questa “morte” della natura pone le basi per un nuovo inizio. Il terreno va fecondato con i semi dei raccolti dell’anno precedente, soprattutto per quanto riguarda il grano, coltura basilare per la nostra alimentazione. Si tratta di feste precristiane che la Chiesa ha assegnato ai Santi, figure celesti che hanno il compito di proteggere la natura, e ai morti, poiché al loro Regno vengono affidate le sorti delle sementi. È il Regno dei morti che diviene il custode delle sementi, prendendosene cura, che nella mitologia greca prende il nome di Ade mentre in quella romana è designato anche come Inferi (da infĕrus, “che sta sotto”). Per quanto potrà sembrare strano, è proprio da questo Regno che si possono generare le piante e tutte quelle colture che garantiscono il nutrimento e la vita di animali ed esseri umani. La commemorazione dei defunti si rifà ad una tradizione universale diffusa in moltissime culture che non ha mai avuto un carattere negativo o funebre, se non nel moderno Occidente. Anche Alfredo Cattabiani ci ricorda che «In Messico, le feste di Todos los Santos, che comprendono anche il giorno dei Morti, riflettono tradizioni azteche non dissimili da quelle celtiche. I cimiteri sembrano un prato fiorito a primavera, non c’è tristezza ma gioia nella rievocazione dei parenti e degli amici. Per la festa si confezionano dolci di pane in forma di teschi e scheletri a significare che dai morti, dai “semi sotterrati” rinasce la vita, ovvero che i morti “ci nutrono”.»


Inoltre questa fase annuale scandisce un gesto di contrazione della natura, anticipando l’arrivo dell’inverno e del buio, che vedrà poi la sua fase opposta e speculare nella notte di Valpurga e festa di Calendimaggio (30 aprile – 1° maggio) in cui si celebrava la Dea Flora responsabile della fioritura di erbe e alberi (corrispondente a Beltane nella tradizione celtica). Vi è ora, dunque, la predominanza dell’elemento “terra” come gesto centripeto, mentre la primavera sarà caratterizzata dall’elemento “aria” (o luce) come fattore di espansione, propagazione e crescita, in un insieme organico dove il ciclo annuale si manifesta come respiro della Terra in una ritmica alternanza tra ascesa e discesa (vedere anche il mito di Persefone e Demetra).
È interessante notare che il periodo che va dal 31 ottobre all’11 novembre definisce un ciclo di 12 giorni e 12 notti dal significato altamente simbolico, dato appunto da questo numero in grado di esprimere perfezione e armonia, oltre che essere simbolo di ordine cosmico la cui ricostituzione è scandita proprio da queste stesse ricorrenze. Vi è dunque una stretta connessione tra queste celebrazioni che rimanda al rapporto fra mondo terreno e ordine cosmico. Queste ricorrenze pertanto esprimono una funzione di raccordo fra il sonno ed il risveglio della natura, dal duplice volto di fine e inizio del ciclo vitale, dove i poli opposti (termine e inizio) si toccano, fondendosi, entrando in relazione uno con l’altro. Per quanto riguarda San Martino, sempre il Cattabiani ci ricorda che «Nella religione celtica si venerava un dio cavaliere che portava una mantellina corta: il culto proveniva dalla Pannonia, terra celtica e patria di San Martino. Era considerato il cavaliere del mondo infero, colui che vinceva gli inferi, che trionfava sulla morte. Perciò lo si considerava il dio della vegetazione che superava la morte attraverso la morte, e dunque garante del rinnovamento della natura dopo la “morte” invernale: ne prova la funzione anche la ruota, attributo degli inferi, con cui è ritratto nei monumenti ritrovati in Bulgaria. Cavalcava un cavallo nero, così come nera era la sua mantella.»


Purtroppo il progresso materiale ha svuotato di ogni significato le festività principali, che sono ormai divenute solamente eventi di natura esclusivamente commerciale e consumistica. Mentre l’origine arcaica ed il senso profondo di queste ricorrenze avrebbe lo scopo di rimandare al significato superiore degli archetipi che il mondo attuale non sa più definire o contemplare. Festa come punto di contatto fra il dentro e il fuori. Archetipi e significati simbolici che hanno la funzione di penetrare nell’anima e agire su di essa, divenendo fattore di unione e incontro tra Microcosmo e Macrocosmo.

«Allora questi giorni diventano per voi delle feste, e nel corso dell’anno queste feste si uniranno per offrirti una visione dell’opera armoniosa degli Dei, dalla quale dovrai imparare.» R. Steiner

F. Fioravanti
Fondazione LE MADRI

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