Convegno “Terra Casa Nostra” Borgovivo – Sabato, 20 gennaio 2024 – Giornata del GSA
Intervento di Rosalba Rombaldoni (economista)
Le differenze di reddito e di formazione possono influenzare le scelte alimentari degli individui, in termini di composizione della spesa e quindi anche di struttura della dieta dal punto di vista nutrizionale.
L’Italia è ormai nella fase di consumo tipica della società della sazietà, per cui il fabbisogno alimentare ha di gran lunga superato i fabbisogni minimi. Negli ultimi decenni, caratterizzati da una polarizzazione della ricchezza e dei redditi, abbiamo assistito all’affermarsi di nuovi criteri per la scelta alimentare, come la sostenibilità, la sicurezza, la qualità, l’impatto eco-sociale.
L’evoluzione della spesa media mensile nel periodo pre-pandemico denota un approccio più salutistico per alcune categorie di spesa (prodotti ittici, frutta e verdura) e un andamento ciclico per altre voci (come per i pasti fuori casa), per cui fattori socio-culturali si sommano a dinamiche macroeconomiche e ad effetti reddito.
I prodotti tradizionali mantengono la loro peculiarità, mentre i prodotti trasformati hanno favorito l’omologazione del modello di consumo.
Secondo i dati di un’indagine dell’Università di Urbino, alla domanda “quanto sareste disposti a pagare in più per prodotti alimentari che certificano il rispetto dei diritti dei lavoratori o sono più sostenibili o più salutari”, gli intervistati esprimono una preferenza maggiore per la sostenibilità, seguita dalle caratteristiche dell’essere salutari e del rispetto dei diritti dei lavoratori. È interessante notare che non emerge una correlazione positiva tra reddito, titolo di studio e disponibilità a pagare: la consapevolezza della rilevanza di temi come la sostenibilità, la tutela della salute alimentare o dei diritti dei lavoratori non si associa necessariamente a situazioni di agiatezza economica.
Quando poi si indagano i fattori alla base delle scelte alimentari, emerge con chiarezza il ruolo del cosiddetto food social gap, un fenomeno ben noto in letteratura, per cui è il reddito a dettare al consumatore cosa può mangiare sulla base della sua disponibilità economica. Il 50% degli intervistati riconosce nelle risorse economiche un vincolo alla propria scelta alimentare (attribuendo un peso decisamente inferiore a fattori etici, religiosi e politici).
Ciò detto, vanno comunque precisati due aspetti: innanzitutto una maggiore disponibilità economica non sempre si traduce in un miglioramento della qualità della propria dieta, ma in un ampliamento della gamma degli alimenti; inoltre, nonostante i vincoli economici vengono riconosciuti come dominanti, dalla valutazione complessiva dei dati del questionario emerge una certa dicotomia tra la rilevanza idealmente attribuita ad ogni criterio di scelta e la concreta realizzazione della scelta d’acquisto.
Gli individui sottolineano il vincolo dettato dal proprio reddito, ma poi non emerge una correlazione positiva tra reddito e scelta equilibrata dal punto di vista alimentare, e lo stesso dicasi per il titolo di studio.
In altre parole, una maggiore agiatezza economica o un più alto titolo di studio non si associano ad un comportamento più virtuoso dal punto di vista alimentare. Evidentemente entrano in gioco altri fattori di tipo culturale, congiuntamente ad elementi di territorialità e di tradizione culinaria che in qualche modo compensano tale dicotomia.
Il nostro paese sta procedendo verso un’omogeneizzazione della dieta dal punto di vista nutrizionale che scinde per molti aspetti il legame tra alto livello culturale e scelte alimentari più equilibrate dal punto di vista nutrizionale. Il cambiamento della spesa alimentare negli ultimi decenni sembra procedere verso voci di spesa che denotano una sensibilità verso criteri di eco-sostenibilità, solidarietà sociale, salubrità e sicurezza alimentare da intendersi come combinazione di aspetti connessi alla composizione dell’alimento e di elementi di tipo informativo e nutrizionale.
Dunque, volendo trarre qualche considerazione conclusiva, andrebbero incentivati strumenti basati sull’informazione e l’educazione del consumatore (parimenti al nudging, ovvero “spinte gentili” che portino il consumatore verso stili di vita più salutari), per una maggiore consapevolezza e responsabilizzazione nelle scelte alimentari (campagne di pubblica informazione, interventi di educazione alimentare); a questi dovrebbero affiancarsi politiche orientate al mercato con strumenti economici di incentivo (tasse su cibo “spazzatura” o sussidi su cibo salutare, ancora scarsamente presenti nei paesi mediterranei) e di regolamentazione (come ad esempio la limitazione della pubblicità o di altre forme di marketing sleale per cibo e bevande non salutari).
Infine, è quanto mai opportuno ampliare il sostegno a canali distributivi che permettano l’accessibilità, anche a fasce della popolazione con risorse economiche limitate, di prodotti di qualità, biologici, di stagione e/o di filiera corta, provenienti da circuiti in grado di assicurare il rispetto dell’ambiente e dei lavoratori.
Sovranità del consumatore e sistema di etichettatura NUTRISCORE
Perché ci sia un consumo consapevole, serve un’informazione sempre più trasparente associata ad un’adeguata istruzione alimentare. La prima via da seguire è quella dell’etichettatura dei prodotti, la seconda è quella dell’educazione alimentare, sicuramente prodromica alla prima.
Recentemente il dibattito è stato molto acceso in merito al sistema di etichettatura del cosiddetto NUTRISCORE, una caratterizzazione degli alimenti a semaforo che consente di confrontare rapidamente l’equilibrio della composizione di un prodotto su una scala da A (di colore verde: il contenuto di frutta, verdura, legumi, noci, alcuni oli, fibre alimentari e proteine) ad E (di colore rosso: zucchero, sale, acidi grassi saturi e valore energetico). Il punteggio finale è determinato tramite un algoritmo (una formula) validato su basi scientifiche.
Sono sorte forti critiche, in particolare in Italia, perché simulando l’inserimento dell’etichetta per alcuni prodotti tipici italiani, come ad esempio il parmigiano reggiano, sono emerse valutazioni considerate non corrispondenti alla qualità organolettica del prodotto. Nello specifico il parmigiano ha ricevuto valutazioni di poco superiori alla carne e inferiori a prodotti a base di cereali. Il timore è che questo sistema penalizzi i prodotti italiani, soprattutto quelli Dop e Igp e che tale etichetta venga percepito dai consumatori come un’indicazione su cosa acquistare.
Le obiezioni riguardano la sovranità del consumatore e la possibilità di distorcere le sue scelte. Vertono principalmente su alcuni aspetti specifici: le scelte potranno essere consapevoli solamente se gli individui sono adeguatamente informati relativamente alle caratteristiche del bene comprato; inoltre non va dimenticato il fatto che in campo alimentare le asimmetrie fra acquirente e venditore sono alte. Alla luce di questo, le etichette, la loro correttezza e soprattutto chiarezza, assumono un ruolo decisivo che tuttavia non può essere esclusivo.
Pertanto, la strada dell’educazione/formazione delle persone in campo alimentare si rivela come una strategia fondamentale.
Nessun sistema può prescindere dalla capacità che il consumatore deve avere nell’ interpretare i segnali (più o meno complessi) apposti sulle confezioni dei prodotti. Solo un consumatore preparato può capire i limiti intrinseci di un sistema di etichettatura intuitivo come NUTRISCORE e regolarsi di conseguenza in base alle proprie preferenze personali.
In presenza di segnalazioni che vanno in direzioni opposte (ad esempio etichette per le qualità nutrizionali del prodotto e per la sua eco-sostenibilità) sarà il consumatore a dover scegliere. E forse non è questa la situazione in cui vorremmo trovarci.
Se siamo bene informati possiamo compiere una scelta consapevole e non sono necessarie interferenze dall’esterno, tanto meno da parte di un decisore pubblico che sovrappone il proprio punto di vista a quello individuale
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